L'attrazione degli opposti
Un mio articolo originariamente pubblicato su: Progettare – Architettura, Città, Territorio. Giugno 2005. Ed. Tecniche Nuove. Scritto con Silvia Presbitero, con mie fotografie.
Alla predilezione di Mies van der Rohe per la sottrazione e la divisione, Koolhaas, nel campus disegnato dal maestro a Chicago, oppone un intervento guidato dai concetti di addizione e moltiplicazione.
Il Commons Building, l'originale centro di accoglienza per studenti completato nel 1953 da Mies van der Rohe nel campus da lui disegnato a Chicago, era l'unica grande struttura della zona centrale che si allungava su State Street, tra il campus e i dormitori. Nel 1997 venne indetto un concorso internazionale di progettazione in cui si chiedevano nuovi spazi e servizi per gli studenti: Koolhaas e OMA vinsero, decidendo di inglobare parzialmente l'edificio di Mies in una nuova struttura più grande. Due dei suoi lati originali sarebbero diventati parte integrante del Campus Center, mentre gli altri due avrebbero delimitato i lati esterni del nuovo complesso.
Il Commons Building fu ristrutturato e il suo spazio interno originale, aperto, venne restaurato. Fu realizzata una copertura per il bacino di caricamento dell'acqua del Campus Center, appoggiata sopra il Commons come un tenace artiglio. Grazie alla presenza di vetrate chiare e sbiancate sulla facciata del centro in cui il Commons viene assorbito, si ha una visione nettamente separata e distinta dei due edifici. L'angolo nel quale le due costruzioni si incontrano è circondato dalla corte dell'edificio preesistente, il giardino situato fuori dall'area dei campi sportivi. Qui le fondamenta del Commons sono state scavate, portate alla luce e protette da elementi in acciaio dipinto di nero. Koolhaas rifiutò le condizioni del bando di gara, secondo le quali le aree della città universitaria aventi funzioni differenti dovevano essere realizzate all'interno di un edificio sviluppato in altezza e suddivise su diversi piani. Preferì una costruzione orizzontale e piatta, nella quale i diversi elementi — campi sportivi, libreria, ufficio postale, caffetteria — si alternavano l'uno accanto all'altro, creando nuove attività ibride e simulando il dinamismo di un'area urbana: la cultura della congestione concentrata in un'unica costruzione. Koolhaas utilizzò una squadra di studenti per monitorarne gli spostamenti all'interno del campus e progettare gli spazi in relazione ai loro percorsi, che trasformò in collegamenti tra i diversi edifici, organizzati in una serie di isole, ognuna con la propria funzione e la propria caratterizzazione visiva.
A causa della presenza di una ferrovia sopraelevata, si doveva risolvere il problema dell'insonorizzazione dell'area. L'idea fu quella di avvolgere i binari con uno spettacolare tubo ellittico lungo 530 piedi, rivestito in acciaio inossidabile, la cui superficie inferiore formava una parte del tetto del Campus Center. Il tubo è stato posato su una serie di colonne inclinate in calcestruzzo, che riducono gli effetti delle vibrazioni delle rotaie. Il disegno del tetto si sviluppa attraverso la metafora di un violino, schiacciato nella sua parte centrale dal tubo sovrapposto. Una lastra continua in cemento armato ricopre i bordi della costruzione e scende fino a rivestire i soffitti più alti della sala da ballo e dell'auditorium, che si sviluppano lungo State Street. La lastra è stata ricoperta da una membrana sintetica nera e successivamente rivestita con lo stesso materiale di colore bordeaux. Ciò che rende ulteriormente particolare il nuovo centro è l'enorme varietà di piani, altezze, materiali e finiture differenti che racchiude al suo interno. Si creano così condizioni che tendono alla caoticità, privilegiando l'aspetto gioioso delle cose, senza controllare e separare le funzioni dei diversi spazi. Questo approccio è studiato anche in relazione agli utenti: ragazzi di diciotto anni, abituati a rispondere contemporaneamente a molteplici livelli d'informazione e ad appropriarsene immediatamente.
L'arancione è il colore chiave della costruzione. Il nero che Mies usava per dipingere l'acciaio rifletteva le qualità delle sue architetture, eleganti, forti e protettive, ma anche misteriose e proibite. L'arancione sembra esserne l'opposto: felice, caldo, generoso e rinvigorente, ma anche arrogante e superficiale.Le vetrate arancioni dominano l'angolo nord del centro e coprono il Welcome Center. Due file di lastre di vetro sono collocate nella parte superiore, lungo il bordo del tetto, fungendo da parapetto traslucido. Durante il giorno, lo spazio direttamente illuminato dalle finestre si colora di una tinta arancione molto forte e intensa, evocando una visione surreale. Koolhaas sostiene che il colore arancione della sua costruzione valorizzi anche i colori dell'edificio di Mies, non soltanto contrastandoli, ma anche intensificandone le tonalità. Ogni pannello di vetro arancione è costituito da due lastre di vetro, tra le quali è stata posta una rete di materiale plastico traslucido arancione, con un disegno alveolare. Lo stesso tipo di vetro, privo della tinta arancione, compone le pareti dell'ingresso degli uffici interni. A sud dell'ingresso, il colore arancione degli interni dell'edificio si trasforma nella parete posteriore dell'auditorium.
Sulla facciata est, le pareti in cemento della parte superiore dell'area meccanica e dei servizi sono ricoperte di un colore verde giada pallido, che cela le grandi aperture del sistema di ventilazione, permettendo tuttavia all'aria di fluire liberamente. L'insegna sopra l'ingresso est è realizzata con cilindri di metallo arancione, montati nei fori di una grata in modo da comporre il nome dell'edificio. Le grandi colonne oblique che sostengono il tubo sono state dipinte di nero. Tutt'intorno, le eleganti e slanciate interpretazioni dell'opera classica di Mies che sostengono la struttura sono lasciate a vista, così come il singolo fascione nero che si allunga verticalmente all'interno delle finestre per quasi tutta la lunghezza della sezione della sala da ballo e dell'auditorium.
Una resina epossidica grigia ricopre la pavimentazione dell'atrio e le scale adiacenti, interrotte orizzontalmente dal sinuoso andamento della rampa, la cui pendenza è talmente lieve da non richiedere la presenza di un corrimano. L'area dedicata ai biliardi e ai tavoli da ping-pong è caratterizzata da una tonalità grigioverde opalescente.Il pavimento è attraversato da percorsi definiti da una superficie in alluminio che rende evidenti i tragitti. Il rivestimento standard dei pavimenti è composto da strisce argentate e nere. In molti uffici, davanti alle pareti bianche sono collocate pareti in ardesia, simili a grandi lavagne sulle quali scrivere. L'area dedicata all'internet café è una lunga trincea situata sotto il tubo, la cui superficie è stata rivestita con una resina epossidica rosso fuoco.
Un altro tema caro a Koolhaas è quello della Panelite, un foglio di fibra di vetro o poliestere caratterizzato da un disegno di base simile a un alveare, realizzabile in trame e colori differenti. Si tratta di un materiale trasparente e molto leggero.Per il Campus Center è stata scelta una Panelite traslucida per il controsoffitto del caffè, per i pannelli nelle aree di studio che si affacciano sul cortile e, in modo ancora più efficace, per le pareti del blocco indipendente dei servizi igienici, a forma di ameba, situato all'ingresso. Al centro si trova un enorme giardino pensile in vetro, aperto verso il cielo e completamente isolato dal resto del centro. L'edificio offre un'esperienza insolita: ci si può soffermare al suo interno osservando l'esterno e poi nuovamente l'interno, come in un infinito gioco di specchi che rimanda le immagini in un continuo senza fine. Il legame tra Koolhaas e Mies appare immediatamente chiaro oltrepassando la soglia d'ingresso. Mies è ritratto sulla porta stessa, in un'immagine alta diciotto piedi, inserita tra le lastre di vetro. Entrando nella costruzione, in realtà, si attraversa il suo volto.
Questo tipo di iconografia è di grande importanza per Koolhaas, secondo il quale l'architettura dovrebbe rifiutare l'astrattismo delle forme e ripristinare l'iconografia come elemento essenziale del linguaggio architettonico. È stata creata una serie di icone arrotondate, utilizzate in svariati modi. Su una parete bianca interna, immediatamente dietro la vetrata della facciata sud dell'edificio, queste icone sono state ingrandite a tal punto da formare un unico tratto marcato, che si estende dal pavimento al soffitto.Versioni molto più piccole sono state inserite sulla superficie in acciaio inossidabile della bacheca, ingrandite quanto basta affinché le icone magnetiche rotonde, utilizzate per fissare gli avvisi pubblici, rimangano alle spalle delle figure, come una bizzarra seconda testa, la cui unica connotazione facciale è la scritta IIT. La maggior parte delle immagini grafiche del Campus Center è costruita anch'essa sulla base di icone. Il ritratto di Mies sulla porta d'ingresso è realizzato con la tecnica dei pixel, così come il maestoso rounded wall, che domina il Welcome Center all'ingresso ed è costruito con centinaia e centinaia di questi piccoli punti. Le icone fanno parte di una serie di sette ritratti, alti nove piedi e mezzo, che rappresentano, tra gli altri, Mies, Heald, Armour, Pritzker e Galvin.
Koolhaas vede nell'iconografia una risposta alla globalizzazione. Il corpo studentesco è formato da persone provenienti da quattro o cinque continenti diversi ed è quindi molto importante cercare di sviluppare un linguaggio informativo di base, capace di inserirsi in questo contesto.



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