La pubblicazione dei miei progetti di architetto e designer per reFRAME – Altralinea Edizioni
Da qualche anno collaboravo con reFRAME, una rivista milanese di nicchia che tratta di architettura, arte, design e real estate, ideata e diretta dagli amici Antonello D’Egidio e Walter Vallini. All’inizio avevo scritto un pezzo per il numero zero, e successivamente ho iniziato a collaborare attivamente a quasi ogni uscita — è un quadrimestrale — fino a diventare parte della redazione. Nel corso degli anni ho scritto dei miei progetti, articoli su tecnologie innovative come la stampa 3D, o articoli di design sui mobili di Terragni, e così via.
Nel settembre del 2023 Antonello e Walter mi hanno parlato di un loro nuovo progetto: la creazione di una collana di reFRAME — reFRAME MONO — edita da Altralinea Edizioni di Firenze, casa editrice già specializzata in pubblicazioni di architettura. Mi hanno chiesto se volessi che il primo numero della serie fosse dedicato ai miei lavori, e se mi interessava occuparmi anche della veste grafica dell’impaginato, dell’ideazione generale della copertina e dei contenuti che sarebbero poi stati adottati per tutta la collana. L’idea mi ha stuzzicato sin da subito: che architetto non desidera che si faccia una pubblicazione sui propri lavori?
Devo ammettere che una delle parti più difficili è stata capire quali progetti e edifici costruiti potevano essere inclusi, e soprattutto iniziare a scavare negli archivi digitali alla ricerca dei materiali utilizzabili. Nel server dello studio, nei vecchi PC, negli hard disk conservati dei primi computer ormai dismessi — quelli a cavallo tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo secolo, quando ho iniziato a progettare.
Ci sono voluti mesi di ricerche, catalogazioni e riscoperte di cose che avevo fatto più di vent’anni prima e di cui non mi ricordavo più nulla. Nel frattempo capii subito che molto materiale doveva essere fortemente sistemato e reso presentabile. Di molti progetti non avevo buone foto e, avendo progettato soprattutto in giro per il mondo, c’era il problema di come fotografarli velocemente. Molti sono edifici pubblici negli UAE e per fotografarli serve il consenso di qualche ufficio governativo — o peggio, di un ministero. Questo ha rallentato di molto l’organizzazione del materiale.
La dimensione della pubblicazione doveva essere quella della rivista: un formato importante, verticale… scomodo per raccontare progetti e architetture, a meno che tu non progetti soprattutto grattacieli. Il mio ideale sono i libri di architettura Electa degli anni ‘90, il periodo in cui ho fatto l’università e ho imparato ad apprezzarli: da qui la volontà di fare un’impaginazione rigorosa e pulita, al limite dell’old style. Credo che l’impaginazione di una monografia di architettura debba essere semplice ed essenziale, per far parlare soprattutto le foto e i disegni — come un museo semplice, neutro e lineare, che attira poca attenzione su se stesso e lascia le opere come protagoniste.
In quel periodo Silvia Monaco — che oltre a essere una brava collega ha scritto in passato svariati articoli per numerose riviste di design e architettura, è stata co-autrice di molti volumi e monografie di architettura e ha collaborato con la Fondazione Treccani — mi stava aiutando con la comunicazione dello studio. Da lì il passo è stato breve: le ho chiesto di scrivere i testi dei progetti di architettura per la mia monografia e di diventare coautrice del volume insieme a Walter.
L’organizzazione del libro è stata impostata sulle tipologie edilizie, tema a me caro sin dai tempi dell’università e dei corsi di composizione del bravo professor Giorgio Fiorese. Per legare i vari capitoli e dare un filo conduttore, Walter ha avuto l’idea di intervistarmi e di trasformare i pezzi di questa lunga intervista — una giornata intera a parlare di me, dei miei progetti e del mio passato — nei testi introduttivi dei vari capitoli. La parte grafica è stata curata da Matilde Tagliariol, che mi stava aiutando anche per il progetto 29 Milano, di cui vi ho già parlato nelle puntate precedenti di questo blog.
Devo dire che fare un libro, una monografia con autori bravi e soprattutto per una casa editrice con una direttrice valida come Adriana Toti, è quello che fa la differenza tra una specie di grande brochure aziendale — o un portfolio fatto bene — e un’opera che racconta le opere con un taglio critico e interessante.
Come per ogni libro fatto bene, mancava una prefazione di qualcuno capace di leggere il mio lavoro con occhi critici. Ammiravo il lavoro di critico dell’architettura di Luigi Prestinenza Puglisi da anni, dal suo primo libro su Rem Koolhaas edito da Testo & Immagine nel 1997, e lo seguivo sui social — ma pensavo fosse troppo, e che non avrebbe mai accettato. Alcuni mi sconsigliavano di rivolgermi a un critico famoso per la prefazione: mi sarebbe costato un occhio della testa per finire con poche righe vaghe e senza molto spessore.
Sono molto timido, e in effetti stavo quasi per rinunciare e chiedere il favore a Simone Micheli — molto amico di Walter e che avevo iniziato a conoscere da qualche tempo — o a Dante Benini, con cui ho lavorato all’inizio della mia carriera. Mi dispiace non averlo poi chiesto a Simone, perché sarebbe stato un bel ricordo di lui adesso che non c’è più.
Ne avevo parlato casualmente con Giorgio Tartaro, il giornalista che mi aveva fatto alcune videointerviste per la sua piattaforma Archiland, e lui mi aveva detto che poteva mettermi in contatto con Prestinenza Puglisi, ma che non era scontato che accettasse. Mesi prima si era categoricamente rifiutato di scrivere su un grosso studio milanese che aveva fatto un brutto lavoro di restauro su un’opera di Luigi Moretti a Roma — in quel caso poi a ragione. Ero titubante, ma mi sono detto: perché no? Dovrei dirmelo più spesso. Alla fine, cosa ho da perdere? Al massimo faccio una brutta figura. Ovviamente, dopo un eventuale rifiuto, ci sarebbe voluto ben altro per farmi risalire da sotto il treno che mi sarebbe passato sopra…
Prestinenza Puglisi si è reso disponibile e, ovviamente, ha chiesto di vedere cosa facessi. Le sue parole al telefono: “Se devo sposarmi, almeno prima fammi vedere la sposa!” E così una mattina di inizio agosto ho preso il treno e sono andato nella calda capitale a incontrarlo, portandogli la bozza del libro. Devo dire che mai azione fu più azzeccata e felice: Prestinenza è stato davvero molto gentile e simpatico — e cosa che mi ha piacevolmente stupito, non ha voluto un solo euro per l’introduzione. Si è rivelato una persona a tratti diversa da come lo si possa immaginare attraverso i social e i suoi scritti. Una piacevolissima sorpresa. Mi invitò subito alla conferenza che stava preparando a Lecce di lì a un paio di mesi, e mi chiese se mi interessava iscrivermi all’AIAC, l’Associazione Italiana di Architettura e Critica di cui era presidente.
Quel piccolo passo e quel viaggio a Roma mi hanno portato a entrare in un mondo nuovo e a conoscere decine di ottime persone: interessanti, valide e simpatiche. Ad oggi frequento spesso gli eventi dell’AIAC, di cui sono diventato socio. Questo mi ha dato anche la possibilità di iniziare a riflettere sul significato di quello che faccio come architetto e come persona, e mi ha portato a confrontarmi sempre di più e a raccontarmi — questo blog, contenuto nel mio nuovo sito, ne è un esempio.
L’ultima sorpresa di questa storia è stata non poter fare una copertina color carta da zucchero con le scritte bianche, e dover ripiegare sul bianco per ragioni tecniche di stampa. Pazienza — il risultato mi soddisfa comunque molto. Alla fine le prime tre copie di stampa sono riuscito a portarle a Lecce per la conferenza Architects Meet dell’AIAC.



