Fare di necessità virtù: il progetto dell’Auditorium del VGIK

Tra tutti i progetti che ho avuto la fortuna di realizzare, ce n’è uno che sento mio in modo particolare. Non è il più grande. Non è il più visibile. Ma è quello in cui ogni scelta ha una ragione che posso raccontare — non inventata a posteriori, ma una ragione che guidava la mano mentre disegnavo.

Questo progetto è l’Auditorium del VGIK — il Gerasimov Institute of Cinematography di Mosca. La più antica scuola di cinema al mondo, fondata nel 1919.

 

Devo dire che non ho mai troppo amato le dichiarazioni di poetica.

Quei testi in cui gli architetti spiegano la loro “visione” con un gergo che a volte sembra più pensato per impressionare che per comunicare. Però, se devo sintetizzare come lavoro in una frase sola, uso un proverbio che mi piace: “fare di necessità virtù”. La mia architettura nasce sempre dall’incontro — spesso dalla tensione — tra due forze. Da un lato le ragioni dell’edificio: la funzionalità, le performance fisiche, i vincoli tecnici. Dall’altro le volontà: mie come progettista, del committente e non ultimo il contesto culturale, il luogo. La forma non segue solo la funzione, come voleva Sullivan. Segue anche la memoria, il desiderio, i materiali disponibili, le risorse. Quando tutte queste tensioni trovano una soluzione unica, allora il progetto smette di essere un esercizio ingegneristico e diventa architettura. Il VGIK è, per me, l’esempio più chiaro di tutto questo

 

La Partenza: tre obiettivi difficili da far convivere in un progetto.
Quando ho ricevuto l’incarico per l’auditorium del nuovo edificio del VGIK, il committente mi aveva posto tre obiettivi simultanei. Che, almeno in apparenza, erano in contraddizione tra loro.

Il primo: la sala doveva funzionare sia come cinema — la vocazione storica dell’università — sia come teatro e sala concerti. La soluzione poteva essere l’acustica variabile, capace di trasformarsi a seconda dell’uso.
Il secondo: doveva avere la migliore acustica di Mosca. Non buona: la migliore. Pochi anni prima era stato inaugurata a Mosca una nuova sala de concerto con una pessima acustica ed era stato uno scandalo. Per evitare ogni problema era stato chiamato un eccellente ingegnere acustico Italiano, l’ingegnere Marcello Brugola, che mi aveva coinvolto a sua volta nel progetto.
Il terzo: il materiale principale di finitura doveva essere il Topakustik, un pannello in legno traforato ad alte prestazioni acustiche prodotto dalla Fantoni. Tre vincoli, tre direzioni diverse. Non un progetto che nasceva in un confort zone ma un progetto che poteva farmi fare qualcosa di buono e in cui dimostrare che cosa si può fare con metodo e passione.

 

Il soffitto curvo: prima la fisica, poi la forma.
La prima domanda che mi sono fatto, e che ho indirizzato a Marcello, era acustica, non estetica: come si fa una sala che “suona bene” in ogni punto?
Un auditorium funziona quando ogni ascoltatore — nel primo posto come nell’ultimo — percepisce il suono in modo uniforme. Il nemico è la riflessione concentrata: onde sonore che rimbalzano su superfici piane o concave e convergono in punti precisi della sala, creando zone dove il suono arriva doppio e zone dove quasi non arriva. Le superfici convesse curve risolvono il problema: disperdono le riflessioni, le distribuiscono nello spazio. Un soffitto curvo convesso è, fisicamente, la forma ottimale per controllare la propagazione del suono in una grande sala.
Fin qui la fisica. Il problema era tradurla in qualcosa di costruibile.

 

Il materiale e la misura giusta — ovvero: quando si arriva il limite dichiarato.
La committenza aveva scelto il Topakustik. È un ottimo materiale — lo trovate al Times Center del New York Times Building, al Burj Khalifa — ma nasce per essere montato piatto. Curvarlo è possibile, ma fino a un certo punto. Ho avuto lunghe discussioni con i tecnici della Fantoni. Il limite sicuro, mi dicevano, era intorno ai 4 metri di raggio. Oltre, il rischio di tensioni e deformazioni nel materiale aumentava in modo significativo. Ho analizzato la situazione e il risultato è stato disegnare la sezione del controsoffitto con un raggio fisso di 5 metri.

Calcolato per avere un disegno ottimale che funzionasse per le varie parti della sala e per stare nella zona di sicurezza reale di deformazione del materiale. La geometria risultante soddisfaceva tre cose insieme: la dispersione acustica ottimale, la costruttibilità con il materiale scelto, e — ed è qui che il problema tecnico fa il salto e diventa architettura — una forma in sezione che conferiva alla sala un aspetto non convenzionale.

 

La memoria inconscia: Aalto e Utzon.
Quando stavo disegnando il profilo di quella sezione con varie curve, ho avuto la sensazione di stare disegnando qualcosa a me familiare. Come se quella forma l’avessi già incontrata. Come se l’avessi cercata senza saperlo. Ho capito dopo: negli anni universitari, studiando l’architettura del Novecento, due sezioni di controsoffitto mi avevano colpito in modo profondo. La sezione della Biblioteca di Viipuri di Alvar Aalto (1935) e quella della chiesa di Bagsværd di Jørn Utzon (1976). Due opere studiate e presenti nel mio testo di storia dell’architettura contemporanea all’università: il Frampton. Entrambi i progetti con controsoffitti nati da esigenze funzionali precise — il controllo della luce naturale nel primo caso, l’acustica e una certa idea di spiritualità nel secondo — e diventati forme iconiche. Non ho mai visto questi edifici dal vivo. Eppure le loro sezioni mi erano rimaste impresse come una grammatica visiva, sepolta da qualche parte. Quando la necessità tecnica del VGIK mi ha spinto verso quella forma, qualcosa l’ha riconosciuta come giusta. Non era una citazione. Era una conferma inconscia.

 

I pannelli rotanti: un'altra logica, un'altra forma..
Marcello Brugola aveva un’idea precisa: un sistema che permettesse di variare l’acustica della sala in tempo reale, passando dalla configurazione per il cinema a quella per il teatro o il concerto. La soluzione tecnica erano dei pannelli rotanti sulle pareti laterali — rivestiti sul lato fonoassorbente con tessuto ingifugo Trevira e sull’altro con pannelli in legno riflettente — controllati da sensori e da un software dedicato. In pratica: il software calcola il tempo di riverbero ottimale e i motori dietro i pannelli li girano e si cambia l’acustica della sala con una precisione millimetrica. La forma dei pannelli è rettangolare. Non per una scelta estetica. Per una ragione funzionale precisa: costruire il meccanismo di rotazione in modo semplice e affidabile. E il passo tra un pannello e l’altro — 60 centimetri — non è un numero scelto a caso: è la larghezza che consentiva il montaggio della tela Trevira senza avere scarti di materiale. Anche qui: la necessità diventa la misura, la misura diventa ritmo, e il ritmo diventa design.

 

Il risultato: curvo contro ortogonale
Il grande soffitto curvo e i pannelli rettangolari sulle pareti creano una dialettica compositiva che definisce il carattere della sala. Il soffitto organico, fluido, modella lo spazio dall’alto. Le pareti scandite da un modulo rigoroso conferiscono un assetto ortogonale, ripetuto. Curvo contro rettangolare. Organico contro tecnico. Continuo contro modulare. Non è un compromesso tra due esigenze opposte. È una tensione compositiva — la stessa che esiste tra la musica e lo spazio che la contiene. E come in una buona composizione, ogni elemento trova senso in relazione all’altro.

 

L’inaugurazione, i premi — e quello che è rimasto davvero.
L’auditorium è stato inaugurato dal Presidente Putin ed è diventato rapidamente uno dei luoghi culturali di riferimento di Mosca — per la qualità acustica, per la flessibilità d’uso, per un design che non assomiglia a nessun altro auditorium. Ho ricevuto premi internazionali per questo progetto: il Bronze Award agli IDA Design Awards 2020 e una Honorable Mention all’Architecture MasterPrize di Los Angeles. Fa piacere, ovviamente. Ma quello che mi è rimasto davvero è altro. È la consapevolezza che ogni scelta formale di quel progetto ha una ragione che posso raccontare. Non una ragione costruita a tavolino per giustificare l’estetica, ma una ragione che c’era già mentre disegnavo. Questo, per me, è fare architettura.

 

Nota Finale

La mia filosofia, se proprio devo formularla, è questa: la forma migliore è quella che soddisfa il maggior numero di necessità — funzionali, tecniche, culturali, estetiche — con il minor numero di elementi. Non è semplicità per la semplicità. È sintesi.
Il VGIK mi ha confermato una cosa: i progetti migliori non nascono dalla libertà assoluta. Nascono dall’incontro — spesso dallo scontro — tra necessità e volontà. E quella forma che senti “giusta” prima ancora di capirla, è spesso quella che la tua memoria culturale ha già approvato, negli anni in cui hai studiato, guardato, e dimenticato di ricordare.

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Nota 2
Sfortunatamente questo auditorium è a Mosca, progettato dal 2011 - in anni insospettabili - e posizionato in un paese che attualmente interessa a pochi per ovvie ragioni- e quindi poco visitabile e molto poco pubblicabile…

Sezione dell'auditorium
I pannelli acustici in rotazione
Aalvar Aalto, libreria a Viipuri - foto di Gustaf Weiln, VG Bild-Kunst, Bonn, 2014
Jorn Utzon, chiesa a Bagsvard, disegno originale - sezione
Vista del palco
Vista dell'auditorium dal palco
Dettaglio dell'auditorium

Paolo Lettieri

“Le architetture sono i teatri in cui si svolge la nostra vita: quando questi teatri sono belli e funzionano bene, gli spettacoli a cui assistiamo diventano migliori e più piacevoli.”

Auditorium VGIK di Mosca